Per una possibile controlettura dell’iniziazione a Venere del Sogno di Polifilo
di Antonio Bonifacio
La storia narrata nella pellicola si dispiega essenzialmente nelle vicende di un antiquario librario o, per meglio dire, di un cacciatore di libri per collezionisti, Dean Corso che diviene lo strumento prima incosciente, poi sempre più consapevole di una lotta magica tra opposte fazioni. L’l’Hypnerotomachia Poliphili (il sogno di Polifilo) viene menzionato una sola volta all’inizio della vicenda. Ciò accade durante un colloquio peritale per la valutazione della biblioteca di un cliente. Da qui in poi del testo non si parlerà più apertamente. Il centro della narrazione si focalizza su un altro libro, questo di fantasia (uno dei tanti psudobiblia della letteratura fantastica), dal titolo Le Nove porte del regno delle Ombre. Si tratta di un trattato di demonologia scritto dal veneziano Aristide Torchia e da questi illustrato, addirittura con la collaborazione dello stesso Lucifero. Di questo antico trattato sono sopravvissuti al rogo inquisitorio tre esemplari. Nel testo sono presenti nove illustrazioni di strategica importanza operativa. Di queste sei hanno come autore il Torchia e tre sono a firma di LCF ovvero Lucifero. In ognuna di esse compare il disegno di una porta da qui il titolo dell’opera. 
Si tratta di un interesse che persiste tuttora dato che le accuratissime descrizioni dei giardini e la pedissequa loro trasposizione grafica hanno ispirato la composizione e la topiaria del complesso della Scarzuola dell’architetto Buzzi. Anche nella vicina Francia il libro esercitò un‘influenza importante. Le illustrazioni ispirarono disegnatori e pittori, incaricati di mettere a punto i fasti decorativi delle entrate reali, come parimenti stimolò l’immaginazione plastica di Poussin e di Perrault e di una miriade di colti estimatori di cui ancora si dirà. L’Hypnerotomachia Poliphili è concepita secondo una struttura che ricalca quella della Divina Commedia, con l’ingresso del protagonista in una selva oscura, una breve e drammatica catabasi e una progressiva penetrazione in paesaggi e strutture sempre più ineffabili, oltre che per la presenza di Polia, sofianica ispiratrice del viaggio iniziatico. (1)
Per quanto riguarda l’autore del “Sogno” si può ipotizzare che questi consapevole dei contenuti del suo scritto velò con un artifizio la sua identità che corrisponderebbe, secondo una corrente di studi quasi unanime, al turbolento e coltissimo frate domenicano Francesco Colonna, che si macchiò (almeno così pare) del delitto di aver “sverginato una putta” e per questo fu per sempre confinato a Treviso in condizione di esclaustrato. I collegi di frati all’epoca partorirono personalità particolarmente problematiche, basti pensare, oltre al citato Colonna, a un altro famosissimo domenicano, Giordano Bruno, che produsse un grande sconquasso dottrinale all’epoca sua, che a tutt’oggi in qualche modo perdura, e ancora al benedettino Teofilo Folengo. Tutti questi frati sono sottilmente uniti dal filo della loro incontenibile eterodossia. (2)
La dichiarazione di “seconda nascita” del testo del Colonna rende evidente che ci si trova di fronte al compimento di un percorso iniziatico, concepito in ambito rinascimentale nel quale però la dimensione cristiana è pressoché assente, tranne per qualche sincretica e sporadica contaminazione occasionale, nonostante che l’ambientazione della vicenda sia contemporanea all’autore (che ricordiamo è un frate!). I contenuti dello scritto, infatti, non mantengono quel delicato equilibrio che si era stabilito tra la dottrina cristiana e la filosofia del mondo classico, dopo che il climax medioevale rappresentato dalla Commedia, era stato irrorato dal potentissimo influsso platonico e neoplatonico introdotto dagli umanisti. Si tratta di un nuovo e diverso orientamento di pensiero che spazzerà il tomismo dall’orizzonte cristiano dell’epoca, in cui i nuovi contenuti “pagani” saranno assimilati dall’ortodossia. A proposito di ciò, scrive Marco Ariani, uno dei curatori dell’edizione di Adelphi: “L’irriducibilità del paganesimo polifilesco all’ortodossia cristiana di Dante è palese. Nondimeno l’Hipnerotomachia rimane l’unico libro, nella tradizione letteraria italiana, ad aver tentato, pur con modalità e presupposti culturali diversi, un’audace, immane, costruzione sapienziale paragonabile alla Commedia…” (H.P. pag. LXI). Verrebbe da dire che se è irriducibile è perciò stesso “eretico”. (3)
Abbandoniamo per il momento questa consorteria francese e poniamo la nostra attenzione sull’apex della vicenda di Polifilo e Polia. Essi dopo un lungo percorso sbarcano all’isola di Citera per giungere al cospetto di Venere e qui accade che: “Con gesto repentino la piissima dea, deposta la conchiglia, incavando la palma della mano divina e serrando gli intervalli delle dita affusolate, raccolse dell’acqua salata e sacralmente ne versò su di noi aspergendoci…tramutandomi repentinamente con un‘aspersione di segno opposto (a quella di Diana nel mito di Atteone ndr) che mi rese gradito all’abbraccio delle sacre ninfe. Avevo appena compiuto quell’atto salutare che in me, asperso come impregnato di rugiada marina, quegli spiriti, che mi si erano accesi all’improvviso, si illimpidirono, divennero capaci di conoscenza …Sentendomi certamente rinnovato a una dignità superiore mi fu evidente… che ero stato ricondotto alla desiderata luce. Con grande tenerezza le ninfe preposte mi spogliarono della toga plebea e mi rivestirono di una candida più decorosa veste”. Il cambio di veste è paradigmatico del cangiamento di stato.![]() ![]() |
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Proprio per la natura di questa conclusione si può affermare che la circolazione così serrata del libro di Colonna nel Razés è sospetta e ciò anche per un motivo che sintetizzeremo appena più avanti. J. Baltruisaitis nel suo volume Alla ricerca di Iside aveva sottolineato la grande fortuna che conobbe soprattutto in Francia la dea egizia che però, decontestualizzata dall’ambiente religioso d’origine, fuse le sue caratteristiche con altre figure ctonie abrogando le sue caratteristiche solari, per assumere connotati lunari e finendo anch’essa per identificarsi come una delle numerose ipostasi della Grande Madre. Si tratta di una trasformazione già iniziata sul suolo italico in epoca romana dove, a un certo punto, lo svolgimento dei suoi culti fu interdetto dal Senato romano, configurandosi evidentemente dei verosimili profili di negromanzia.
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L’angelo custode è quindi Lucifero stesso, una Venere-Lucifero che aveva rivelato in un paio di occasioni alcuni comportamenti inquietanti, tingendo di sangue il volto di Corso, rendendolo così “marziale”. Finalmente il giovane antiquario può contemplare l’immagine più segreta dello strabiliante progetto che mostra suo “angelo custode” rappresentata in completa nudità mentre cavalca spavaldamente il dragone apocalittico dalle sette teste (l’immagine di un dragone è presente anche nel libro di Colonna), mentre alle sue spalle il castello appare illuminato da una luce sorgente straordinaria. Questa immagine ha rilevanti similitudini con la carta dei Tarocchi denominata Le stelle che nell’ordine delle lame è la 17° del mazzo. 
Questo può essere un indizio significativo per l’ambientazione della vicenda, tuttavia vi sono elementi più sottili su cui vorremmo porre all’attenzione. Il castello aveva all’origine otto torri e solo cinque di esse oggi sopravvivono intatte, le altre furono pesantemente danneggiate durante la crociata albigese. Questi numeri all’apparenza nulla hanno a che vedere con Venere in sé, quale astro del mattino e della sera, e quindi con Lucifero. Il numero “mitologico” di Venere (come dea) è notoriamente il sei, pertanto sembrerebbe incongruo cercare nel cinque e nell’otto un qualche collegamento a Venere. Tuttavia. Richiamiamo alla memoria la venerazione che Pitagora riversava sul pentalfa, emblema al quale si inchinava con reverenza, quale simbolo ultimo dell’aurea venerea “bellezza” celeste per scoprire un possibile collegamento. Ci sono voluti molti secoli per ricomprendere il segreto “geometrico-astronomico” che Pitagora celò e che unisce il pentalfa al moto del pianeta Venere. Tale ri-scoperta si deve a Manfred Knapp che, nel 1934, pubblicò il diagramma del movimento dell’astro nel cielo, denominandolo pentagramma Veneris. 
Si tratta della visualizzazione prodigiosa di un movimento celeste che in otto anni forma un pentalfa e che rende leggibile anche la lama del tarocco in cui sono rappresentate diverse stelle tutte a otto punte, sempre ricordando che questa lama è sotto la tutela di Venere. Venere, infatti, nel suo percorso annuale tocca i punti limite della sua traiettoria, oltre i quali non può andare (periodo sinodico) e che variano lungo un arco di tempo di otto anni solari, In pratica poiché l’anno venusiano (584 giorni) è più lungo di quello terrestre, i punto estremi dell’orbita del pianeta, posizionandosi in cinque punti zodiacali diversi nell’arco dei cinque anni venusiani, corrispondono a otto anni solari, per poi ricominciare con un altro ciclo di otto anni e così via. In sintesi, il ciclo di 584 giorni si combina con i 365 giorni dell’anno solare per un rapporto perfetto di 5 a 8. Ci si domanda: può essere un caso che proprio questo castello, dalla numerologia così peculiare, sia stato scelto per la manifestazione di Venere-Lucifero? L’ultima immagine del film dovrebbe lasciare pochi dubbi. La pellicola mostra Corso che si dirige con le sue nove immagini all’ingresso della fortificazione avvolta dalla favorevole luce abbagliante di una stella sorgente per assumere infine i poteri destinatagli dall’angelo caduto. (7)
Bibliografia.
- Jean-Marc Allemand: René Guénon & les sept Tours du Diable Guy Tredaniel editeur
- Anonimo: Meditazioni sui tarocchi (un viaggio nell’ermetismo cristiano) Estrella de Oriente
- Antony Aveni: Gli Imperi del tempo, Dedalo
- Jurgis Baltrusaitis: Alla ricerca di Iside, Adelphi.
- Mariano Bizzarri: Rennes Le chateaux, Mediterranee
- Francesco Colonna: Hypnerotomachia Poliphili a cura di Mino Gabriele e Marco Ariani, Adelphi
- Elisabetta Landi e altri: Amorosa Sapienza, Simmetria
- Marcello del Martino: L’identità segreta della divinità tutelare di Roma. Ed. Settimo Sigillo
- Gustav Meyrinch: L’angelo della finestra d’Occidente, Bocca
- G. De Santillana: Fato antico, fato moderno, Adelphi
Note
- Sorprende che un’opera di letteratura italiana di tale complessa fattura possa avere avuto un così gran seguito in Francia dal momento che nella sua stessa madrepatria il testo è stato giudicato di quasi impossibile lettura. Tiraboschi autore di una Storia della letteratura italiana [1824] aveva affermato a proposito di queste difficoltà inerenti la comprensione della lingua del frate “,,,felice non dirò già chi giunge a intenderla ma solo chi ci sa dire che lingua essa sia”. Per quanto riguarda i rapporti tra il “Sogno” e Francesco Rabelais vi sono molti contributi che dimostrano l’influenza del libro sugli scritti dell’autore francese. L’intervento più documentato su tale relazione sarebbe stato individuato in un studio di M. Leon Dorez L’arte italiana nell’opera di Francesco Rabelais una pubblicazione in lingua tedesca che, decorsi due secoli, è sicuramente irreperibile allo studioso italiano che citiamo solo per correttezza, non avendola di certo consultata (Archiv für das Studium der neueren Sprachen und Litteraturen Brunswick, 1898 pp. 163 et sgg.). Tutto questo depone a favore dell’uso sicuramente operativo del testo del Colonna presso la “Nebbia” (altro nome della Società Angelica).
- Maurizio Calvesi che molto ha indagato sui contenuti dell’Hypnerotomachia Poliphili, ha ritenuto di attribuire la paternità dell’opera al nobile romano Francesco Colonna che è praticamente contemporaneo del nostro intemperante frate. Egli ha ricostruito il culto cui Polifilo avrebbe inteso riferire la sua iniziazione immaginandolo rivolto a una tripla divinità ossia Venere-Iside-Fortuna. Quest’ultima entità è evidentemente ricompresa nel trittico per il noto e immane tempio di Palestrina che il Colonna romano conosceva molto bene. L’ispirazione dei paradisiaci giardini e del sogno polifilesco stesso, elementi cardine del testo del Colonna, sarebbe da ricondursi al dotto Enea Silvio Piccolomini (poi promosso al soglio pontificio) che scrisse qualcosa di assonante nel poemetto Somnium de Fortuna dedicato a Procopio di Rabenstain e composto nel 1444. La tesi di un Colonna laziale autore dell’l’Hypnerotomachia è stata comunque respinta con dovizia di argomentazioni da Mario Andriani e Mino Gabriele
- Sugli eventuali contenuti cristiani presenti nell’opera sarebbe necessario operare un esame analitico assai complesso. Qui proponiamo un’osservazione dello storico dell’arte Stefano Colonna, ispirato nelle sue parole dalle annotazioni sulla materia di Maurizio Calvesi, che investe la struttura della concezione del romanzo stessa: “Molto spesso l’Hypnerotomachia Poliphili viene letta come un romanzo pagano e basta, ma in realtà i riferimenti alle pur presenti tematiche sensuali e “laiche” sono “posti per essere tolti” in una filosoficamente complessa “dialettica degli opposti”di matrice cristiana.” (BTA Bollettino telematico dell’Arte n.562, 14 maggio 2010).
- A Polifilo al culmine della sua iniziazione sembra concessa una visione confrontabile con l’epopteia degli iniziati eleusini. Epoptes è infatti colui che, contemplando la natura, vede riflessa nelle sue immagini la luce divina e viene iniziato alla visione misterica delle forme perfette.
- Secondo i relatori del monumentale commento dell’edizione adelphiana del “Sogno” l’esistenza storica di un myterium veneris è di ardua dimostrazione. Sarebbe stato il Colonna che, in base alla sua competenza antiquaria, avrebbe quasi ricostruito, partendo da un suggerimento ovidiano, una tale iniziazione che nel suo testo troverebbe un potente suggerimento nella descritta ierogamia tra Marte e Venere, evento che avrebbe poi consentito un’unione finalisticamente androginica tra Polia e Polifilo. Tale risultato sarebbe stato ottenuto attraverso il rito della “freccia d’oro” celebrato da Cupido in cui si mescola il sangue dei due amanti. Sommessamente rileviamo che non sia stato particolarmente evidenziata in questo loro commento relativo al silenzio delle fonti la possibilità che possa aver agito sul Colonna l’influenza della tradizionale orale trasmessagli da qualche cenacolo, tanto più che il precetto di segretezza iniziatica è da loro stessi esattamente richiamato. Non è superfluo ricordare che questa tipologia di tramandamento è un elemento ineliminabile di ogni tradizione autenticamente sapienziale e del resto solo una possibile praticabilità dei suggerimenti contenuti nel testo (ma mai riferiti perché “indicibili”) avrebbe reso potabile un simile astrusissimo romanzo presso una società come l’Angelique, che non era certo costituita da una cerchia di semplici eruditi e che al contempo, lo si rammenta, considerava tale opera come una sua “Bibbia” operativa.
- Nella pellicola si vede che il paredro della signora Teillefer, vedova del primo possessore della copia della Nona porta passata poi a Balkan, si prepara a una sessione di magia sexualis adornandosi con il vistoso pentacolo “venusiano” emblema stesso del satanismo (luciferismo).
- Venere è in qualche modo da considerarsi l’emblema della città di Firenze come si evince dalla lettura di un passaggio dell’articolo di Elisabetta Landi Venus Impudica dalla parte di Venere, in cui l’autrice scrive:” ..per comprendere lo scarto tra i persistere di un analisi al negativo e il principio positivo rappresentato in realtà da Afrodite, che nella Firenze dell’Umanesimo impersonò l’Humanitas e indirizzò le menti allo spirito…” (E. Landi e altri: 9). Nell’ottica puramente espositiva e non faziosa delle considerazioni di questo nostro articolo non si può tuttavia tacere come René Guénon, autore di assoluto prestigio nel campo degli studi tradizionali, abbia attribuito a Firenze un ruolo completamente opposto a quello disegnato dall’autrice del brano sopra riportato. In estrema sintesi si possono delineare i passaggi essenziali di questa lettura guénoniana della città e del suo destino nella storia. Firenze nasce “inaugurata” non conformemente alla dottrina lucumonica tradizionale e questo peccato cainita farebbe di essa già all’origine una “città luciferina”. Il dominio dei mercanti come “terza casta” e quindi dell’argento, assunse un ruolo prevaricatorio del principio aristocratico, che venne spogliato di ogni sua prerogativa (in senso sia materiale che spirituale). Si tratta di eventi già stigmatizzati dall’Alighieri ai tempi suoi e non per nulla egli si definì fiorentino di nascita e non di costumi. Citiamo l’Alighieri anche in relazione alla Commedia e alla relazione strutturale che essa avrebbe con il Sogno di Polifilo (da altri stabilita) che, in questa cornice, pare costituirne una sorta versione parodistica (e quindi luciferina) dell’opera del Sommo poeta. Anche l’attitudine della signoria fiorentina dei Medici a organizzare e con sospetta insistenza feste carnevalesche, permise di introdurre elementi antitradizionali veicolati attraverso la parodia satanica propria delle occasioni carnascialesche. Si opera così l’inversione della simbologia tradizionale con evocazione, ottenuta attraverso il mascheramento, di larve e spettri che corrisponderebbero alla dimensione inferiore degli stati molteplici dell’essere (inoculazione culturale decontestualizzata molto in voga ai tempi odierni con l’ormai celebrata Hallowen, evento sicuramente ispirato dall’attività di un grande suggeritore). Tutto questo sia pure in estrema sintesi costituirebbe la dimostrazione del carattere sovversivo latente (più o meno consciamente) nella mentalità dell’epoca. Per Guénon il Rinascimento, considerato in generale, costituirebbe un gradino della degradazione epocale, ovvero un’epoca in cui si sarebbe consumata la rottura con le dottrine proprie al mondo tradizionale (tali concetti sono rinvenibili in tutta l’opera dell’autore, comunque una completa esposizione si trova nel secondo capitolo del suo Autorità spirituale e potere temporale). Firenze in questo disegno avrebbe costituito il polo sovversivo principale di tale inversione, una sorte di “torre” luciferina (per una completa disamina di tale tematica si consulti René Guénon e le sette torri del diavolo di Jean-Marc Allemand. Si tratta di un titolo che stabilisce un’involontaria ma singolare relazione con le tematiche affrontate nel nostro scritto.







